Jolene – In loving memory of Dolly Parton

Dolly Parton se n’è andata. È stata un artista estremamente prolifica, in oltre 60 anni di carriera ha pubblicato 285 album, ma per tanti, me compresa, lei sarà sempre l’autrice di “Jolene”.

Una canzone nata in un solo pomeriggio

1973. Dolly ha ventisette anni, ha già lasciato il duo con Porter Wagoner per tentare la carriera da solista, una scelta che le costerà causa legale e amicizia, ma che le aprirà le porte della leggenda, e si mette al tavolo con la chitarra. Racconterà per decenni, in interviste su interviste, che “Jolene” e “I Will Always Love You” nacquero nello stesso giorno di scrittura: due facce della stessa medaglia emotiva, la paura di perdere l’uomo amato da un lato, la dignità del lasciarlo andare dall’altro. Un pomeriggio di lavoro straordinario, di quelli che capitano forse due o tre volte in una carriera intera.

Il nome “Jolene” arriva da un episodio quasi tenero: una bambina di otto anni si avvicina a Dolly dopo un concerto per un autografo, e le dice di chiamarsi così. Dolly resta folgorata dal suono di quella parola e se la tiene in tasca, sapendo che prima o poi ci avrebbe scritto sopra qualcosa.

Il “qualcosa” arriva dalla vita vera. Una cassiera di banca, capelli rosso fuoco, comincia a flirtare spudoratamente con Carl Dean, il marito di Dolly, ogni volta che lui si presenta allo sportello. Dolly, che di quella donna dirà sempre “non potevo biasimarla, era bellissima”, inizia a sentirsi minacciata sul serio. Non rabbia, non un fronte di guerra: paura, insicurezza, il terrore sordo di chi si sente inadeguata di fronte a una bellezza che sembra invincibile.

Il testo: una supplica, non un attacco

Ed è qui che sta il colpo di genio di Dolly Parton scrittrice. “Jolene” non è una canzone di gelosia rabbiosa. È una supplica, quasi un canto di implorazione da donna a donna. La protagonista si rivolge direttamente a Jolene, capelli color del fuoco, occhi color smeraldo, pelle d’avorio, un sorriso “come una brezza di primavera”, e la prega, letteralmente, di non portarle via l’uomo che ama, anche se potrebbe farlo con estrema facilità.

Non c’è un solo verso di accusa verso Jolene. C’è, semmai, un’ammirazione quasi dolorosa: la rivale viene descritta con un’iperbole di bellezza che rasenta il mitologico, e proprio in questo eccesso di lode si nasconde l’arma retorica della canzone. La protagonista dice, in sostanza: so di non poter competere, e per questo non ti sfido, ti imploro.

Musicalmente il pezzo lavora sulla stessa tensione: un giro di chitarra ipnotico, ostinato, in tonalità minore, che gira e rigira su se stesso come un pensiero fisso, un’ansia che non trova pace. Dolly canta con un vibrato acuto, quasi infantile in certi momenti, che accentua la fragilità del personaggio. È una miniatura drammaturgica di due minuti e quaranta, perfetta nella sua economia di mezzi.

Una canzone che non ha mai smesso di essere reinterpretata

Pochi brani nella storia della popular music hanno generato un albero genealogico di cover così fitto e trasversale. Eccone alcune tappe fondamentali:

  • Olivia Newton-John (1976): una delle primissime reinterpretazioni, con un arrangiamento più morbido, quasi pop-disco.
  • The White Stripes: Jack White ne fa quasi un marchio di fabbrica live, portandola su territori rock, urlata, nervosa. La versione “Live Under Blackpool Lights” (2004) resta tra le più amate in assoluto.
  • Miley Cyrus, che di Dolly è la figlioccia nella vita reale, l’ha eseguita più volte dal vivo (Backyard Sessions 2012, Glastonbury 2019 in chiave punk-rock) fino a una versione ufficiale nel 2022.
  • Patti Smith (2003) — per il disco tributo Just Because I’m a Woman: Songs of Dolly Parton, un’interpretazione scarna e spettrale.
  • Alison Krauss, ai Kennedy Center Honors dedicati a Dolly, con armonie bluegrass da pelle d’oca.
  • Beyoncé (2024) — la reinvenzione più clamorosa e recente, dentro Cowboy Carter: capovolge il punto di vista, trasformando la supplica in un avvertimento (“I’m warnin’ you, don’t come for my man”). Dolly stessa la introduce in un interludio parlato del disco, e ha commentato pubblicamente l’operazione con entusiasmo.

Cinquant’anni e più di vita, e “Jolene” non ha ancora trovato pace: continua a essere riscritta, capovolta, urlata, sussurrata. Segno che quella paura semplice e universale, perdere chi si ama per mano di qualcuno più bello, più affascinante, più “impossibile da ignorare”, non passa mai di moda. Dolly l’aveva capito meglio di chiunque altro, e ce l’ha lasciata in eredità.

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Chiara Written by:

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